lunedì 16 giugno 2014

La tecnica in musica

I sibili dello zefiro nell'incavo delle canne insegnarono da prima ai contadini a soffiare nei cavi steli della cicuta. Quindi a poco a poco impararono i dolci lamenti che il flauto diffonde, tentato dalle dita dei suonatori, poi che fu scoperto fra boschi impervi e foreste e pascoli, nei luoghi solitari dei pastori e fra gli ozi divini.

Et zephyri cava per calamorum sibila primum
agrestis docuere cavas inflare cicutas.
Inde minutatim dulcis didicere querelas,
tibia quas fundit digitis pulsata canentum,
avia per nemora ac silvas saltusque reperta,
per loca pastorum deserta atque otia dia.

V, vv. 1382-1387 (p. 411)

Sebbene non sia così immediato comprendere l'interconnessione che sussiste tra l'ambito musicale e la tecnologia, tutto sembra più chiaro dall'avvento dell'elettricità. Dopotutto la musica, fondamentale disciplina del quadrivio, è una materia estremamente scientifica (si pensi per esempio solamente alla complessità dello studio dei fenomeni ondulatori). Il flauto è d'altra parte probabilmente lo strumento più antico: vi sono reperti archeologici di tale generi costruiti con ossa, corna od avorio risalenti al Paleolitico. In questi versi Lucrezio allude all'impiego della cicuta per fare zufoli e zampogne. I Romani utilizzavano spesso le tibiae, chiamate così perché prodotte a partire dalla tibia di qualche animale. Si trattava di strumenti musicali simili al flauto dolce ma costituiti da due canni: essi sono citati anche da Orazio, il quale sostiene che venissero fabbricati con ossa d'asino.

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